Erbario Familiare

[ITA] Testo e Fotografie di Nuvola Ravera


Divagazione iniziale

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Nell’etimologia della parola famiglia si trova un piccolo richiamo ai membri di una casa uniti per legami di sangue. L’aspetto della convivenza comune può essere considerato apparentemente centrale e così è stato ed è per un buon numero di esseri umani. L’idea di casa poi è quasi una forma pura di archetipo in cui l’essenza dell’individuo o di più individui viene contenuta, protetta ed esaltata in una rappresentazione più o meno sottile di chi la abita.
All’interno di questo brevissimo quadro il legame che intercorre tra la nozione profonda di nucleo familiare e di casa si potrebbe considerare indissolubile in quanto l’una fornisce il luogo di appartenenza all’altra che la anima. Allo stesso tempo entrambe confluiscono nel grande terreno dell’habitat instaurando con esso un rapporto di identificazione e metamorfosi.

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La dimora diviene l’habitat per la famiglia e il tessuto familiare è l’habitat naturale per i propri componenti.
Il tutto in un’architettura di scatole cinesi che contengono e sono contenute a loro volta dentro strutture sociali, organizzazioni politiche, ambiti professionali, agglomerati abitativi e così via.
Ma questa semplificazione teorica spesso si scontra con la realtà ben più complessa, soggetta a mutazioni causate dai motivi più eterogenei. L’anatomia stessa della famiglia nella società attuale viene messa continuamente in discussione. Alcune delle personali credenze cedono ad un fenomeno di distacco.
Per esempio dalla rassicurazione religiosa si approda a nuove “certezze” disegnate nell’evoluzione tecnologica e scientifica. Un certo tipo di urbanizzazione lampo e sistemi di consumo che vanno di pari passo con lo sviluppo della società danno adito però ad una sclerotizzazione della fiducia nel progresso.
Nuovi disagi portano a nuovi dubbi, i ruoli sono costantemente ribaltati e anche la sfera affettiva è sollecitata a trovare nuove soluzioni.
In uno scenario di reiterato riposizionamento in risposta a condizioni ambientali date nascono nuove forme di occupazione dell’esistenza e dello spazio.

Lui, anarchico con la terza elementare, era il volto della chimera, la possibilità di un’alternativa ad abitudini strette. Nell’arco di qualche anno questo forte ideale materno ha vissuto la propria auto affermazione e poi il dissolvimento prima nell’infedeltà e poi nella separazione.
Mio padre è rimasto al suo mito e alla sua concretezza nomade e mia madre è tornata ad una forma di quotidianità più statica spostando il concetto di nomadismo su una sfera affettiva. A me invece il destino di una vita urbana nell’ennesima nuova casa da condividere con i miei nonni e i loro dogmi.

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Dai sei anni ho iniziato a frequentare la scuola elementare, a scoprire la religione cattolica (mio malgrado) e ad essere inserita in uno dei tanti ambienti possibili che una società porta con sè. Parallelamente ricevevo lunghe lettere dal Messico o dal Brasile firmate “papà” e incontravo mia madre nella sua piccola abitazione in un paesino del Piemonte conoscendo i suoi nuovi compagni e guardando il suo volto inedito.

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Al gesto fotografico di personale esplorazione ho affiancato materiale di archivio. La categoria di ritratto, e quindi di analisi sulla persona, è sostenuta dalle connessioni che intercorrono tra le parti ed è posta sullo stesso livello assunto dalla categoria di luogo e spazio.
Per orientarsi insomma all’interno di questa rete relazionale è stato fondamentale creare una mappatura di tutte quelle aree che hanno determinato gli ambienti che i protagonisti di questa storia hanno scelto. Ogni focolare è stato costruito intorno ad esigenze forti di affermazione di sè e del proprio nucleo in posti che sono cambiati con il modificarsi del telaio emotivo ed interpersonale.
Le stratificazioni di aspetti e profili esistenti suggeriscono una prospettiva tassonomica del ricordo tra realtà crude e sogni nostalgici. Nei luoghi abitati da tutti noi trovo la nostra storia con tanti personaggi le cui ombre ancora tentennano sempre al confine tra legame e separazione, contraddizione e aspettativa. Molte sono le tematiche sfiorate all’interno di questo microcosmo familiare, tutte parlano di riconfigurazione degli spazi e dell’essere, di centro e margine.
Il desiderio di fondo è quello di compiere uno spostamento da queste interiorità soggettiva ad un vissuto che si immedesimi e confronti con quello collettivo.

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Fino a 14 anni sono rimasta stabile in questa configurazione familiare fino a quando ho deciso di ritrovare mio padre e di vivere con mia madre.
In lui ho rivisto la stessa persona di sempre, visionaria e disarticolata senza fissa dimora con quel forte pregiudizio sulla bocca di chi vive la strada e non concepisce nient’altro. In lei, la sofferenza di chi placa la propria natura cercando una normalizzazione apparente che nasconde però grandi fantasmi.

Ogni sei anni dopo il suo trasferimento in Italia ha avuto altri tre figli con tre persone diverse, ha cambiato residenza una volta per andare nella casa popolare dove attualmente vive. Ognuno di questi tre compagni ha creato un legame con altre donne costruendo altri tessuti familiari. Altre storie, altre case, altri habitat.

Biografia di una famiglia

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Sono nata il 3 febbraio 1984. Mia madre aveva 19 anni e avrebbe voluto partorirmi sotto un albero nella campagna circostante alla casa diroccata in cui abitava con mio padre. Questa nascita arborea non ha visto però il compimento di fronte all’opposizione dei miei nonni materni. Il parto è avvenuto quindi in un ospedale di Genova. Il primo vestito è stato per me un caldo e pruriginoso maglione di lana viola. La prima casa, un rudere senza il tetto occupato dai miei ed utilizzato come luogo di fortuna in cui transitavano amici e personaggi vari.
Passavo molto tempo in solitudine a parlare con le piante che credevo animate o con un cane lupo che mi accompagnava come fedele ronzino tra le vicende del bosco. I nostri vicini di casa erano una coppia, Ramon e Monica, con una figlia della mia età: Aurora, la prima amica.

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Si viveva tra lo spaccio e l’orto e noi bambine in un mondo selvatico distante da qualsiasi regola, senza scarpe d’estate e col fuoco d’inverno. Compiuti i due anni abbiamo iniziato a spostarci tra la Spagna e la Francia inseguendo lavori stagionali nei campi, tra piantagioni di cotone, raccolte di olive o vendemmie.
Si cambiava luogo spesso e molteplici erano le strutture sociali con cui ci trovavamo a relazionarci.
Siamo stati in comuni andaluse, in tepee autocostruiti alla maniera indiana, in campi gitani e in grandi abitazioni di proprietari terrieri che ci ospitavano. In sottofondo i genitori di mia madre vivevano preoccupati in Italia mandando rifornimenti monetari e lettere dal tono grave a cui lei rispondeva con cartoline di paesaggi un poco patinati che non appartenevano al nostro vissuto. L’incontro tra le due opposte scelte di vita era improbabile.
I nonni, emigrati rispettivamente dalla Toscana e dalla Puglia verso il nord, avevano trovato stabilità in una vita piuttosto tranquilla e borghese in città. A tale immobilità e non velata morale mia madre aveva reagito con un senso di oppressione sfociato poi in questa vita nomade.
La sua fascinazione giovane per la rottura dei codici precostituiti si era impersonificata nella figura di mio padre e aveva trovato in lui la risposta al suo malessere.

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Erbario Familiare

Ogni persona incontrata durante la mia crescita ha assunto la posizione di un nuovo familiare, ogni luogo è stato casa e nessuno al tempo stesso lo è stato davvero.
E’ stato complesso accorgersi di non appartenere a nulla di ciò che per convenzione possiamo chiamare famiglia.
Una tale posizione di coinvolgimento e distacco mi ha portato a interrogarmi parecchio sulla portata che hanno le scelte relazionali e abitative di una famiglia. In questo caso le opzioni che la mia famiglia si è data si possono collocare all’interno di una risposta personale e condivisa nei confronti di un ambiente che rispecchiava nella sua mutevolezza il profilo volubile delle relazioni.

I luoghi appartenenti a questa narrazione non sono solo scenari capitati senza una decisione strutturale ma sono lo specchio e l’essenza di chi li ha vissuti.
L’accezione di casa è stata assolutamente stressata in un continuo pampano che ha visto l’habitat prendere il sopravvento su di essa. Ho voluto soffermarmi sul filo di queste impressioni, per indagare un tema strettamente autobiografico utilizzando la fotografia come mezzo di comprensione.