Fuga dalla Città? O ritorno ad essa?

[ITA] di Angelo Romano – 2012


anthropolis


Il concetto di Habitat, inteso come spazio fisico di una comunità, come ambiente in cui si intrecciano relazioni e si producono significati, è fortemente in crisi, lasciando il passo, nelle attuali dinamiche sociali, a progetti di vita che privilegiano interessi e bisogni del singolo e la loro realizzazione. Una argomentazione così netta porta a riflettere su come si stiano modificando le relazioni tra individui e ambiente fisico, su come stia cambiando il concetto di cittadinanza e di bene pubblico e su cosa stia succedendo alle nostre città (Barbieri, 2010).
Ci troviamo catapultati immediatamente nel dibattito che sta animando le discussioni di politici, amministratori, economisti, sociologi, antropologi, geografi, urbanisti sul destino della forma urbis e sugli strumenti da utilizzare per poterla conoscere.

Negli ultimi decenni, le città sono sempre più state interessate da flussi globali, transnazionali di diverso genere (Appadurai, 1996), che ne hanno messo in discussione la loro stessa forma. Secondo alcuni studiosi non ha più senso di parlare di città, almeno facendo riferimento alle conformazioni secondo le quali le abbiamo immaginate fino ad ora. Ovvero, centri urbani con luoghi di ritrovi abituali, conformazioni urbanistiche riconoscibili, punti di riferimento facilmente individuabili per potersi orientare al loro interno.

Come hanno scritto Daniel Fabre e Anna Iuso, scompaiono le piazze del Popolo, delle Erbe, della Cattedrale, l’area circostante il Colosseo o la Mole Antonelliana (Fabre, Iuso, 2009). Si dissolve il confine tra città e non-città, si moltiplicano al loro interno non-luoghi, spazi troppo illuminati perché ci si possa riconoscere, o troppo opachi, per poterli decifrare (Sobrero, 2011).
La città sembra sparire per diverse ragioni: perché il cambiamento trionfa sulla stabilità delle forme, perché scompare la possibilità di un suo disegno unitario, perché non se ne riconoscono più i limiti, perché le diverse lenti utilizzate per poterle conoscere e pianificare (tipologie edilizie, funzioni, scale, flussi demografici, classi sociali) non sono più in grado di leggere una realtà che si fa sempre più fluida (Gregotti, 2008). La città è sfuggita di mano agli amministratori e ai politici, incapaci di riuscire a colmare quello iato ormai sempre più ampio tra istituzioni e cittadini; è sfuggita agli urbanisti, che si sono visti scoppiare in mano le categorie consolidate attraverso le quali classificavano spazi e definivano le loro funzioni; è diventata di difficile interpretazione per i cittadini, stritolati tra la rapidità dei cambiamenti che sperimentano in prima persona nella loro quotidianità e la difficoltà di riuscire a dare senso agli stessi.

Eppure, nell’analizzare e interpretare le veloci trasformazioni dei contesti urbani in trasformazione, c’è stata una fuga dalla città.
Ha prevalso l’immagine di un contesto caratterizzato da una informazione istantanea e totale, dalla pubblicità quale presenza sempre più invasiva e onnipresente, da distanze spaziali annullate dal turismo e da internet, dalla presenza di spazi deterritorializzati e omologati prodotti dalla globalizzazione.

All’interno di società liquide, in cui i luoghi sono abrogati e gli edifici si fanno luogo di sé stessi (Purini, 2010), l’architettura si perde nella pratica del frammento, il luogo si scompone e si scioglie fra la tinteggiatura a tinte liquide di uno spazio centrifugato da flussi internazionali e un senso dei luoghi azzerato dalla drastica riduzione di spazi pubblici e di informalità. Per quanto efficaci e di immediato impatto, le immagini della società liquida o dei non-luoghi rischiano, però, di distorcere lo sguardo, di renderlo strabico e quindi meno sollecitato a riflettere sulle dinamiche decisionali nel complesso rapporto tra istituzioni, progettazione, mercato immobiliare e rendite fondiarie, da un canto, e a cogliere la dimensione delle pratiche minute di cittadini, che vivono le città, si adattano ad esse e le mutano con il loro agire, in questa continua interazione tra paesaggio (urbano e rurale) e tessuto sociale, dall’altro.

Le città sono malleabili e mutano sempre più velocemente. La loro trasformazione è, tuttavia, l’esito non solo dell’azione di grandi forze impersonali (come le grandi contraddizioni sociali sulla lunga durata storica o le leggi del libero mercato su scala globale), che determinano la vita dei cittadini e gli spazi di socialità e di democrazia, ma anche del continuo lavorio di chi la città la vive quotidianamente. Le trame di questo lavorio possono essere oscure, possono seguire deviazioni impreviste e determinare traiettorie non predette, in una combinazione di caos e regole, di condizioni date e di tattiche individuali. Lo sviluppo della città – per dirla con Rykwert (2008: 5) – può essere pensato come il gioco dei dadi, un po’ regole un po’ caso.

Nel giocare, i cittadini sono tanto soggetti attivi quanto passivi. «I Greci, che designavano la città con la parola polis, usavano lo stesso termine per un gioco da tavolo coi dadi basato, un po’ come il tric trac, sull’interazione tra regole e caso.
L’abilità dei giocatori si riconosce dal modo in cui sanno improvvisare sulle regole dopo ogni lancio di dadi. Se l’analogia è valida, ne consegue che, in tutto ciò che riguarda le nostre città, siamo tanto soggetti attivi quanto oggetti passivi. Le città non ci vengono totalmente imposte da direttive economiche e politiche impartite dall’alto; e non sono neppure completamente determinate dal basso, a opera di forze oscure che sarebbe impossibile identificare e impensabile, a maggior ragione, controllare».
Da un lato, dunque, interessi privati, valori immobiliari e flussi di capitale finanziario hanno una grossa rilevanza nell’orientare le politiche di sviluppo urbano e di consumo del suolo; dall’altro, assistiamo a pratiche di resistenza di comitati di quartiere che non si limitano a difendere il proprio territorio da politiche istituzionali ritenute invasive ed estranee all’ordito storico e morfologico del proprio territorio – secondo quella che è stata definita sindrome Nimby (Not In My BackYard) – ma propongono, a loro volta, progetti di riqualificazione (Inwinkl, 2011), facendo intravedere nelle loro pratiche resistenziali delle culture progettuali (Cellamare, 2008).

E’ in un quadro così dipinto che possiamo inserire le esperienze immortalate nel progetto Habitat. Esperienze, che si fanno portatrici di un modo alternativo di vivere gli spazi, di intendere la cittadinanza e, in ultima istanza, di immaginare la città.
La casa occupata di via Savona, 18, la comune libertaria Urupia, la cooperativa agricola Valli Unite, le esperienze di cohousing CoSycoh e Urban Village sono tentativi di addomesticare gli ambienti e fondare luoghi che, per l’idea di società che vi si colloca, si pongono fuori dal contesto capitalistico e si ispirano a nuove parole d’ordine che sono quelle della sostenibilità ambientale, della circolarità delle relazioni, dell’armonia tra paesaggio urbano e rurale e tessuto sociale, della condivisione dei propri vissuti, dei propri tempi e dei propri spazi individuali.
La nascita di questi spazi spinge a ragionare sull’idea stessa dell’abitare, termine stesso (abitare, deriva da habere, che significa continuare ad avere, avere consuetudine), che ci rimanda in ultima istanza all’idea dell’essere e del vivere. Occupazioni, coabitazioni, coltivazioni comunitarie di terreni hanno come scopo l’abitare, l’abitare e il costruire, partecipano dell’atto stesso con il quale l’uomo sta al mondo. Lo spazio di cui ci si appropria, del quale poi ci si prende cura, lo si trasforma in luogo e in cui si riconosce il proprio esserci, viene fondato. Diventa mondo adeguato a sé.
Nelle foto, gli occupanti sono immortalati nella condivisione di momenti di socialità o nel loro ambiente domestico, mentre leggono quotidiani o tra i panni stesi ad asciugare. Così raffigurati, quelli presentati sono spazi di costruzione di un ambiente domestico, di continuo riordinamento e rimodellamento dello spazio occupato fino a trasformarlo in una sorta di seconda natura. E’ la trasformazione di un prima luogo estraneo e poi lavorativo, in uno abitativo. Uno spazio caotico diventa casa, un mondo di oggetti su cui si depositano quotidianamente abitudini allo scopo di renderlo funzionale al proprio modo di vivere. Riordinare la propria casa è il modo attraverso il quale ci si radica nel mondo, lo si abita e in qualche misura lo si fonda, nel senso che ce ne si appropria interiorizzandolo e nello stesso tempo proiettandoci sopra parte di sé (Pasquinelli, 2004). Attraverso queste pratiche quotidiane il mondo viene riassorbito all’interno di un progetto valorizzante che lo riscatta dalla sua datità e lo trasforma in un cosmo ordinato. Uno spazio diventa luogo.

Ci troviamo di fronte a spazi in cui trasferire, probabilmente, l’ultima utopia, o meglio le proprio eterotopie (Foucault, 1984: 25), luoghi non quotidiani, luoghi altri, ma che pure esistono, luoghi ideali nei quali le società proiettano ideali e illusioni. Spazi altri, spesso marginalizzati dalle istituzioni, ma che assumono significato per chi li occupa. Spazi, che per la loro stessa esistenza e, a partire dall’esperienza di chi li vive e frequenta, spingono a interrogarci su cosa stiano diventando le città oggi e sui molteplici modi di relazionarsi al territorio e valorizzarlo, laddove per valorizzazione non si intende il suo valore immobiliare ma la qualità della vita.


Bibliografia: Appadurai, A. (1996), Modernity at large, University of Minnesota Press, Minneapolis. Barbieri, P. (a cura di) (2010), è successo qualcosa alla città, Donzelli, Roma. Cellamare (2008), Fare città, Eleuthera, Milano. Fabre, D., Iuso, A. (2009), Les monuments sont habités, éditions de la Maison des Sciences de l’Homme, Paris. Foucault, M. (1984), Des espaces autres, in “Architecutre, Mouvemente, Continuité”, 5. Gregotti, V. (2008), Contro la fine dell’architettura, Einaudi, Torino. Inwinkl, N. (2011), Altro che NIMBY! Mobilitazioni sociali, ambiente e infrastrutture, in E. D’Albergo, G. Moini, “Questioni di scala”, Ediesse, Roma. Pasquinelli, C. (2004), La vertigine dell’ordine, Baldini Castoldi Dalai, Milano. Purini, F. (2010), Comporre l’architettura, Laterza, Roma-Bari. Rykwert, J. (2008), La seduzione del luogo, Einaudi, Torino. Sobrero, A. (2011), I’ll teach you differences, in F. Scarpelli, A. Romano (a cura di), “Voci della città. L’interpretazione dei territori urbani”, Carocci, Roma.
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