Metropoli e Densità

Possibili Habitat ad Hong Kong


[ITA] di Matteo Aimini – 2014

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Peter Stewart , Hong Kong 2014

L’oggetto di questo essay riguarda uno dei fattori chiave dello sviluppo urbano e architettonico : la densità. Essa infatti modula la forma delle metropoli, ne scolpisce lo skyline e determina le condizioni del vivere dei propri abitanti. Inconsciamente stimola ogni genere di fantasia artistica legata ai contesti antropizzati, ci spinge ad essere critici quando le masse costruite sovrastano incombenti le nostre teste e stupisce per la varietà che essa è in grado di generare all’interno dei siti in cui opera.
La densità si presta ad essere interpreta e declinata, non solo come dato numerico e statistico, da una molteplicità di linguaggi e forme espressive, in cui è possibile leggere vari e mutevoli percorsi, tra cui il cinema, la letteratura, l’arte e l’architettura. Si potrebbe definirla un proficuo catalizzatore critico di esperienze progettuali di diversa natura e forma, siano esse raffiguranti mondi positivi o negativi.
Quel freddo numero che racconta come Hong Kong si collochi solo seconda rispetto a Singapore tra le città più dense del pianeta nasconde un oceano di micromondi possibili, di paradossi, di paure ma anche di meraviglia.

Quattro Frammenti, ovvero come i processi artistici immaginano la densità
Benidorm, Punto di Partenza

La metropoli è uno delle nostre peggiori ossessioni, continuiamo a ritrarla, disegnarla ed immaginarla, come se fosse l’unico luogo al mondo dove si possa vivere. Il nostro subconscio che ha trovato nel cinema il suo linguaggio più efficace, ci avverte preconizzando scenari da incubo che talvolta ricalcano degli aspetti del presente, molto più inquietanti. Lo sgretolamento di uno stato mentale e il sogno della decadenza, come nel fim diretto da Cristopher Nolan, altro non è che un affascinante proiezione critica di un modello di sviluppo ad alta densità già presente, come a Benidorm, in Costa del Sol, nel sud della Spagna.


Cristopher Nolan, Inception, 2010

Benidorm, Costa del Sol, Spain
Trappole Verticali

I processi urbani si tramutano nell’ oggetto dei nostri incubi mentre l’architettura dell’abitare subisce un colpo ancor più duro. Diventa una trappola da cui non c’è scampo, come nel lungometraggio d’azione, The Raid, quasi un B movie, presentato in anteprima al festival di Toronto e diretto da Gareth Evans. Non si tratta di paure fantascientifiche ma di una rilettura in chiave distopica di un condominio preso in ostaggio dalla criminalità. Scenario premonitore e non così impossibile se osserviamo gli alveari modernisti, costituiti da centinaia di cellule abitative impilate e standardizzate, facili e probabili prede di gruppi autonomi ed organizzati.


Jose Miguel Serna, Hong Kong 2009

Gareth Evans, The Raid, Jackarta 2012

Luoghi critici

Anche i linguaggi letterari ci avvertono estremizzando i pericoli dei modelli che abbiamo contribuito a creare. James G. Ballard ha speso tutto la sua vita artistica nell’identificare tipologie architettoniche contemporanee che potessero rivelarsi accumulatori di nevrosi collettive e trappole senza di vie di fughe, da i centri commerciali, alle gate community, dai super mall ai rimasugli di terra e rottami imprigionati tra le infrastrutture delle metropoli, per giungere infine alla forma più classica della tipologia tipica del secolo breve, il grattacielo. Hi-rise, scritto in tempi non sospetti, per essere precisi nel 1975, quando il turbo modernismo era ancora in nuce, ambientato, come il titolo lascia presagire, in un grattacielo residenziale di nuova costruzione ove ad un certo momento si scatena l’apocalisse.

Una violenta lotta di classe impazza nella megastruttura e si combatte appartamento per appartamento, piano per piano, fino a dimostrare la fragilità dei colossi di cemento e acciaio che soccombono alla violenza insensata dei suoi abitanti.

Paesaggi sconosciuti

La fragilità sociale di questi verticali ecosistemi moderni, non ha impedito il loro diffondersi a macchia di leopardo, anzi sono diventati il vessillo della contemporaneità. Una metropoli che si rispetti non puo’ non possedere nel suo paesaggio edifici ad alta densità. Residenziali quando si dimostrano funzionali a stoccare persone, commerciali e terziari quando devono dimostrare la capacità espressiva del lusso tecnologico e del potere finanziario. Dopo il cinema e la letteratura di fantascienza non poteva mancare l’ennesimo ironico e disarmante avvertimento dell’arte sui modelli di densità.
Direttamente dal cuore del continente asiatico, Yang Yongliang, artista cinese, reinterpreta in chiave contemporanea e urbanizzata i motivi dello shanshui.
L’arte classica del disegno di paesaggio della Cina imperiale. Dove i miti faraglioni ricoperti di morbida vegetazione, sono sostituiti da orde di grigi edifici, avvolti nella stessa luce eterea. Un operazione interessante che usa un linguaggio consolidato per comunicare un’altra cosa, una specie di sostituzione semantica che ci rivela il grado di contaminazione a cui i territori contemporanei sono sottoposti.


Yang Yongliang, Unknow landscape, 2013
Numeri, Il difficile rapporto tra immaginazione e realtà

I quattro frammenti fino ad ora narrati, interpretano a loro modo il risultato di una piccola equazione matematica, ovvero la divisione tra il numero di abitanti e la superficie su cui insistono al quadrato (Hab/Sup2). Il cui risultato esprime un numero definibile come densità. Negli ultimi 40 anni, per questo parametro, l’ Asia si è dimostrata un formidabile laboratorio a cielo aperto.


Kenzo Tange, Tokyo Bay masteplan, 1960
Forme di densità Utopiche

A partire dalle grandi utopie giapponesi dei primi anni ‘60, il cui capostite è riconducibile al piano della baia di Tokyo di Kenzo Tange che da ufficialmente il via all’immagine di una densità progettata ed immaginata per altri asiatici, fino a giungere a piu arditi pensieri dei metaborizumu (manifesto metabolista) che contribuiscono a sviluppare il concetto di super edificio, come la Dwelling City di Kenji Ekuan o l’Air Cluster di Arata Isozaki. La mega struttura modulare è interpretata ed immaginata come forma la dell’abitare del futuro, dove l’intero l’edificio è formato da comunità cellulari messe in relazione tra loro dai servizi alla residenza, particolari architetture autarchiche.


Kenji Ekuan,Dwelling City, 1961
Modelli di Realtà : Il caso di Hong Kong e le tipologie dell’abitare

L’avanguardia nipponica si arrestò bruscamente dopo aver toccato il suo picco nella Expo internazionale di Osaka del ’70, con ogni probabilità a causa della profonda crisi petrolifera avvenuta solo cinque anni più tardi, lasciando sul territorio giapponese, solo una piccola parte delle grandi visioni che i metaborizumu avevano delineato nel decennio precedente.
In altri contesti asiatici come la città di Hong Kong, sottoposta a forte pressione demografica e migratoria, dovuta anche in parte alla volontà di Deng Xiaoping di stabilire a ridosso del protettorato inglese una delle SEZ (Special Economic Zone) più grandi, fa si che la città stato debba rivedere drasticamente le sue politiche abitative, innescando un processo di forte espansione che cognugò densità e forme di pragmatismo che solo marginalmete lasciarono immaginare visione utopiche per la città del futuro. Verso una pragmatica Utopia anglo cinese. Il paesaggio urbano di Hong Kong è singolare per diverse ragioni, il suo tessuto edilizio è compatto in ogni sua parte, ci si aspetterebbe di vedere uno sfrangiamento a bordi della metropoli, così come avviene in molti contesti urbani orientali e non, ma non è così.
Il paesaggio rurale, non accoglie piccoli insediamenti, ma bensi torri a pianta stellare di 35 piani, molte volte contigue le une alle altre, formando grandi complessi che si specchiano in sterminate risaie che ne raddoppiano le altezze.

Shenzen

Un processo iniziato, seppur con una intensità differente, già dai primi anni ‘50 con la creazione di new town satelliti, con il risultato che ad oggi più della meta degli abitanti della metropoli vive in questi nuovi territori alveolari che separano Hong Kong Island e Kowloon dalla Cina continentale. Mentre i restanti due milioni risiedono a nel distretto di Kowloon e solo un milione e tre sull’isola di HK. Circa il 45 per cento della popolazione vive in aree con una densità pari a 50.000 persone per chilometro quadrato, pensate che New York globalmente ne conta 58.500 e città del Messico 49.000.

Fanling/Sheung Shui New Town, 2013

Il dato più incredibile è rappresentato dal 6% dei residenti che vivono in aree con meno di 5000 abitanti per chilometro quadrato se comparato ad esempio al 36 % della città più popolosa d’ Europa : Londra. Non stupisce una percentuale così bassa se consideriamo che probabilmente in questi contesti, quando la densità è significativamente minore, significa un maggiore potere d’acquisto da parte delle classi sociali più abbienti. Il suolo è una risorsa preziosa.
Tutti questi numeri sono fisicamente rappresentati da un incredibile quantità di tipologie residenziali ad altissima concentrazione umana, come si può ben vedere presso il sito della Hong Kong Housing Authority.


Tipologie delle torri ad Hong Kong

In merito a tale argomento vi è una interessantissima ricerca dal nome “Hong Kong Typology An architectural research on Hong Kong building types “ condotta dall’ETH di Zurigo e curata da vari autori, che raccoglie meticolosamente ed in forma sintetica, gran parte delle tipologie dell’abitare di questa città.
Alcune di esse sono realmente incredibili ed assurde allo stesso tempo, come la torre sottiletta di 15 livelli, composta da un corpo scala ed un unico micro appartamento a piano, la tipologia della fabbriche verticali o l’estremo grattacielo stellare di Le Corbusiana memoria.


Estratto da “Hong Kong Typology An architectural research on Hong Kong building types”
Derive

Il processo di densità regolamentata e progettata, frutto di specifiche volontà politiche e attuate per rispondere alle pressanti esigenze dell’abitare, ha generato le tipologie architettoniche fino ad esaminate. Gli austeri e severi monoliti di cemento nascondono però al loro interno una dimensione segreta e talvolta terribile. La media dei tagli delle unità abitative ad Hong Kong è incredibilmente basso e solo raramente supera la soglia dei 20/30 m2. Considerando che stanze del genere sono abitate da interi nuclei familiari, si può ben immaginare il gradiente di saturazione.


Benny Lam, Hong Kong 2012, da Hong Kong Apartments

Benny Lam, fotografo professionista, che spesso ha lavorato sulle tematiche del sovraffollamento, così dichiara nel testo di accompagnamento al suo progetto “Hong Kong Apartments”:

Hong Kong è stata classificata dall’ Economist come una delle città più vivibili del pianeta, ma oltre 100.000 persone vivono in cubicoli. Piccoli appartamenti divisi in altri piccoli appartamenti ove le camere si riducono a poco più di 4 m2, in cui si fa tutto dal riposo alla cottura .
Hong Kong è stata classificata come l’economia di mercato più libera per 18 anni consecutivi ma oltre 100.000 persone vivono in soli 4 metri quadrati. Con così poco spazio che una sedia pieghevole è usata come una scrivania ed un letto è anche un tavolo da pranzo .
Hong Kong è elencata come una delle città più sicure al mondo, ma i proprietari ristrutturano illegalmente gli appartamenti di dimensioni normali , frazionandoli in piccole stanze ignorando ogni di norma di sicurezza ed igiene.

Kai Löffelbein, Cage People, Hong Kong 2013, da Hidden Hong Kong

Il numero di persone che risiedono in questione condizioni rappresenta circa poco più dell’1% dell’intera popolazione della metropoli. In questa percentuale è compreso anche la quantità di persone che risiedono nelle così dette “bare” o “gabbie dei polli” poco più grandi di due metri quadrati e mezzo, per la modica cifra di 100/150 dollari al mese di affitto.

Kai Löffelbein intervistato da Habitat sul “popolo delle gabbie” risponde così:

Quando ho visitato il ‘ popolo gabbia ‘ per la prima volta ero davvero scioccato dalle loro condizioni di vita . Soprattutto a causa della enorme divario sociale tra ricchi e poveri in HK . Dovete sapere che Hong Kong è una città molto moderna e ricca . Quando si cammina in giro in questa prosperosa città moderna non si potrà quasi mai scoprire cosa sta succedendo dietro questi blocchi residenziali. Circa 130000 persone vivono in questa condizione, è un dato incredibile. Immaginate una baraccopoli invisibile. In molte stanze l’atmosfera è claustrofobica. Devi toglierti lo zaino prima di entrare in una di quelle stanze, in caso contrario, non ti puoi ne girare ne muovere senza danneggiare qualcosa. Gli appartamenti con le gabbie sono un poco più spaziosi, ma le gabbie sono veramente minuscole . Gli abitanti, durante il giorno, devono stipare tutti i loro averi dietro a delle sbarre che successivamente vengono chiuse con dei lucchetti.
La madre di ogni processo informale

Greg Girard, Koowlon walled city, Hong Kong 1990, da Kowloon Walled City

Come si è visto la densità pianificata genera al suo interno autonomi processi di saturazione informale. Dove la capacità di adattamento dell’uomo supera di gran lunga l’immaginazione di ogni progettista. La combinazione alta densità e bassi redditi crea inaspettati e stupefacenti paradossi. Non c’è tipologia abitativa o standard minimo che regga, superata una certa soglia di saturazione, oltre a sacrificare lo spazio vitale si immola anche la dignità di chi è costretto a vivere in condizioni del genere. Qualcuno potrà obbiettare che sono delle eccezioni, legate ai quartieri più poveri, ma rappresentano l’ 1% dell’intera popolazione di Hong Kong, come dire la dimensione di una piccola città italiana. Da una lato vi è un densità progettata in maniera scientifica, disegnata da architetti ed ingegneri, intenti a realizzare opere che abbiano appartamenti con impianti funzionanti e tagli minimi. Per contrappunto, quando i processi informali prendono il sopravvento, gli appartamenti vengono illegalmente suddivisi e riempiti di capitale umano, fino al collasso.
L’ex colonia inglese vent’anni fa, vantava uno stupefacente modello, in controtendenza con le pratiche edilizie legali del tempo, una alta densità totalmente informale e fuori controllo. Forse la madre di ogni esperienza del genere. Definibile come un manufatto la cui densità non è mai stata minimamente pianificata e talmente flessibile che gli assetti interni mutavano a seconda delle funzioni e delle possibilità economiche dalla notte al giorno. Praticamente un cantiere in continua evoluzione.


Estratto dal libro City of Darkness Revisited di Greg Girard e Ian Lambot

Modello in metallo in memoria di Koowlon

Kowloon City era un enorme spugna abitata, un esperimento inconscio raccolto nel tracciato di un isolato totalmente solidale, frutto di sistematiche dimenticanze e trasgressioni. Questa città stato nella città stato, nata dalla volontà cinese di escludere nel 1898 quella che una volta era una cittadella militare, dai terreni della concessione Inglese, con il tempo si è trasformata una terra anarchica i cui unici vincoli architettonici erano rappresentati dal perimetro del lotto ed in altezza dalla vicinanza dell’aeroporto di  Chek Lap Kok. Chi avuto la possibilità di visitarla, deve esserne rimasto parecchio colpito, forse noi europei riuscivamo solo a vedervi il malessere, la droga, le cliniche dentistiche abusive, i cani macellati, i bordelli, i teatrini e le bische clandestine o al massimo la poesia dell’informale,  ma un asiatico ha anticorpi naturali verso questi processi che per noi risultano totalmente inconcepibili.


Sezione architettonica disegnata nel 1990 da equipe di ricerca giapponesi

I giapponesi per esempio sono stati i primi autori di numerosi studi morfo sintattici su Kowloon City, grazie a loro abbiamo un intera sezione architettonica, completamente disegnata a mano che ritrae le decine di situazioni all’interno del manufatto. Inoltre a dimostrazione di quanto un argomento del genere forse per tradizione e cultura, fosse così interessante, non contenti, hanno persino realizzato un parco dei divertimenti in scala 1:1, all’interno del Kawasaki Warehouse tra tokyo e Yokohama che riproduce fedelmente ogni singolo dettaglio del paradiso perduto della Triade di Hong Kong. In breve i giapponesi ne hanno sancito l’immortalità trasformando Kowloon in un villaggio Potemkin.


Estratto dal libro City of Darkness Revisited

Nonostante la completa demolizione avvenuta nel 1994, la città spugna, tuttavia mantiene una aurea ed un fascino del tutto immutati, Ian Lambot e Greg Girard, i primi fotografi a documentare verso la fine degli anni ‘80 la vita all’interno della “casba cinese”, dopo vent’anni hanno rieditato il libro City of Darkness: Life in Kowloon Walled City, con nuovi contributi critici e grafici che spiegano in maniera esaustiva le complesse dinamiche di questo unico e bizzarro agglomerato urbano.
Come la prima edizione, il nuovo libro ha avuto un discreto successo raccogliendo un vasto consenso anche tra un pubblico di non addetti ai lavori. Le ragioni di tale interesse possono essere di svariata natura, certamente una di queste è la curiosità verso la totale auto-organizzazione dello spazio dell’abitare e la sua condizione autarchica, che hanno reso unico ed inimitabile questo tipo di insediamento. A dimostrazione che un architettura senza architetti, un ingegneria senza ingegneri, un economia terziaria senza colletti bianchi era possibile.


Greg Girard, Koowlon walled city, Hong Kong 1990, da Kowloon Walled City

Il fattore chiave di questa forma di vita autonoma è la densità, che poco prima della sua demolizione raggiungeva quote quasi esasperanti. Si parlava infatti di 50.000 persone concentrate in un lotto di 126m x 213m, pari a 2.6 ettari di superficie. Praticamene un abitante al metro quadro.
Un’altro aspetto interessante era il programma funzionale di questa anarcocity, che inaspettatamente ricalca le forme, nei termini di attività presenti al suo interno, di un altra tipologia, anche essa affetta da fenomeni di espansione informali, in voga negli anni settanta ad Hong Kong, i così detti hyper block. Il funzionamento della tipologia citata era classificabile come una struttura a sandwich, in cui si sovrapponevano in maniera ordinata più funzioni. Se lo paragoniamo allo schema di Kowloon, fatta eccezione per una maggiore parcellizzazione delle attività funzionali, ci si rende subito conto di come le strutture finiscano per assomigliarsi. Uno spesso podio di funzioni rivolte al pubblico, come negozi, macellerie, lavanderie e a mano a mano che si saliva si potevano trovare i servizi alla persona, come cliniche dentistiche abusive, bordelli, sale gioco clandestine, scuole, bar cabaret e ristoranti mischiati con le micro residenze.


Cronologia dei programmi funzionali ad HK

La differenza sostanziale risiedava nell’uso dei degli ultimi piani, che nel caso degli Hyper block sono privati, mentre nella Walled City, svolgevano la funzione di spazio pubblico. Infatti erano ospitati spazi ricreativi, asili e luoghi conviviali. Si potrebbe quindi azzardare l’ipotesi che i processi di densità informale, seppur maggiormente articolati ed aleatori, dal punto di vista del programma funzionale riproducono, forse inconsciamente degli schemi tipici delle architetture legali. Per un attimo il pragmatismo delle architetture ordinarie si confonde con la distopia delle strutture informali. Rendendo difficile decodificare quale delle due sia la forma errata.


Human Genome Project

Al fine di comprendere la complessità dei contesti appena descritti vale la pena intraprendere un operazione interessante : disegnare il genoma di Kowloon a partire dai vari materiali già in possesso,
questo esercizio potrebbe rivelarsi un operazione paranoica quanto affascinante in grado di restituire l’eterotopia del complesso manufatto informale.


Asilo sul tetto

Duplex

Camera 5 posti letto

Unità in abbandono

Scale Comuni

Appartamento Tipo

Bordello

Barbiere

Studio

Cabaret+Alloggi

Scuola

In chiusura riportiamo un frammento dell’intervista condotta da Habitat a Greg Girard in occasione dell’ edizione del libro City of Darkness Revisited.

H: Secondo la tua opinione la demolizione di Kowloon era l’unica soluzione possibile?

GG: Poco prima della sua demolizione nel 1993, mi sono più volte interrogato se la città murata dovesse essere preservata in qualche modo, nonostante io amassi profondamente quel luogo ero solito rispondere “no”. Il posto era un pericolo per la salute, rischioso a causa delle alte probabilità di incendi e più in generale per la sicurezza. Permettere alle persone di vivere in tali condizioni era una questione inaccettabile. Inoltre per renderlo decisamente abitabile secondo le normative e i rigidi standard di qualità sarebbe stato completamente stravolto e la sua natura così particolare sarebbe svanita. Tanto valeva perderlo per sempre. Questo è quello che ho pensato per molti anni anche se di recente in maniera piuttosto insistente mi sono chiesto come sarebbe evoluto se la sua vita si fosse estesa per altri vent’anni
H: Ci puoi descrivere in due parole come ti sei sentito sul tetto di Kowloon?

GG: Eccitato, libero.

Leggi tutta l’intervista qui


Greg Girard, Koowlon walled city, Hong Kong 1990, da Kowloon Walled City